39) Le torture a Campanella.
Convinto che oracoli e profezie avessero annunciato imminenti
sconvolgimenti naturali e sociali e l'avvento di  una nuova epoca,
Campanella si propose di dare un suo contributo organizzando un
complotto contro il governo spagnolo. Arrestato nel 1599, egli fu
processato a Napoli per ribellione e per eresia. Il processo stava
volgendo al peggio per il filosofo, quando egli decise di salvarsi
la vita adottando una strategia nuova: quella di fingersi pazzo.
Campanella riusc a tenere duro anche sotto tortura. Dopo un anno
i suoi giudici, nonostante fossero convinti che egli fingesse, non
essendo riusciti a dimostrarlo, lo dichiararono ufficialmente
folle. Anche la testimonianza del secondino [vedi ultima parte
della lettura] non fu considerata giuridicamente sufficiente. Cos
Campanella ebbe salva la vita. Ma dovette scontare molti anni di
carcere prima della definitiva liberazione.
Questo episodio mostra il modo di ragionare dei giudici di allora.
Essi erano convinti che la tortura fosse un indispensabile
strumento per giungere alla verit. Da ci conseguiva che se uno
resisteva alla tortura, dava una prova di non colpevolezza tale da
non poter essere condannato. Pietro Verri dimostrer poi
l'assurdit di questo modo di ragionare (Confronta Quaderno
secondo/7, L'illuminismo Italiano, lettura n. 7).

Firpo, Il supplizio di Tommaso Campanella, Verbale del supplizio
della "veglia", Roma 1985.

Giorno 4 di giugno 1601, a Napoli, nel regio Castel Nuovo, al
cospetto dell'illustrissimo signor Jacopo Aldobrandini, vescovo di
Troia, nunzio apostolico in questo regno, dell'illustre e
reverendissimo signore don Benedetto Mandina, vescovo di Caserta,
e del reverendissimo signor Ercole Vaccari, protonotario
apostolico e vicario generale di Napoli, giudici delegati nonch
di me notaio. Alonso Martinez, carceriere delle prigioni del
Castel Nuovo, per ordine dei Signori predetti condusse alla loro
presenza fra Tommaso Campanella, il quale, ritto in piedi di
fronte ai Signori, essendo stato invitato a giurare di dire la
verit, non volle farlo, dicendo invece: Il Signore Iddio lo ha
giurato. Accorri in mio soccorso!. E cos i Signori ammonirono lo
stesso fra Tommaso a voler smettere la simulazione di follia e di
insipienza, perch era ormai giunto il momento di ravvedersi,
altrimenti sarebbe andato incontro a grossi guai.
Rispose: Diece cavalli bianchi.
E venendo interrogato dai Signori su molti altri punti, sempre
rispose in modo incongruente.
Allora i Signori giudici, dando esecuzione alla lettera
dell'illustrissimo e reverendissimo signor Cardinale di Santa
Severina datata da Roma il 24 marzo prossimo passato, allo scopo
di mettere alla prova la simulazione predetta, ordinarono che lo
stesso fra Tommaso venisse sottoposto al supplizio chiamato "la
veglia", cio posto su un supporto di legno, sopra del quale venne
legato; e mentre si cominciava a legarlo disse: Legatimi bene.
Vedete che mi stroppiati. Ohim, Dio! Ohim, Dio!. E fu legato a
sedere su quel supporto detto "il cavallo", con le mani dietro le
spalle, appeso alla fune della tortura, ed era l'undicesima ora.
Interrogato daccapo a deporre la simulazione, invoc a gran voce:
Monsignor, non vi ha fatto dispiacere! Bisciami, che sono un
santo!; e diceva: Sono santo! abbi piet! ohim, Dio, che son
morto! ohim, Dio, frate mio! Io letto mio! Marta e Madalena!
ohim, cor mio! E come mi strengano forte le mani! Oh, che son
santo e non ho fatto male e son patriarca! Aiutami, che moro! Mi
se' parente e mi fai queste cose? oh, mamma mia!, oh,
misericordia! oh, Cristo mio! E l'altra notte fra Dionisio mi
port lo breve de la Cruciata e non me lo volete dare mo. Ohim,
Dio! E come mi strengio forte! io mi stroppio, e spesso,
gridando, diceva: Ohim!.
E sottoposto al supplizio predetto diceva: Ohim, dove sono li
soldati miei che mi aiutano? Venite, venite, frate mio! Fra
Silvestro fu e non fui io, non fici niente io, che ho fatto la
Biblia. Non, per Dio, fui io! Ohi, che moro e bruscio! Non, per
Dio, fui io! Aiutatemi, frate mio, che casco!.
Interrogato a smettere la simulazione, diceva: Ohim, frate mio,
chiamate ptrimo! [si riferisce al padre, Gerolamo, ndr] Mi
spogliaro. Non mi ammazzate!; e mentre diceva queste cose disse:
Stoitimi lo naso, il che venne fatto; e poi diceva: Per Dio,
non fui io, fu fra Silvestro; e rivolto al signor Vicario di
Napoli diceva: S l'arciprete. Lassatimi stare, che vi do
quindici carlini. Per Dio, che non fici niente!.
E venendogli detto di deporre del tutto la sua simulazione, disse:
Ohim!. E dopo esser stato legato per i piedi diceva: Ohim,
che mi ammazzati!.
E venendogli detto di smettere la simulazione, disse: Non, frate!
non, frate! ohim, che son morto! Mille e seicento: e venendo
toccato dall'aguzzino, strill dicendo: Non mi toccare, che sii
squartato! Mo me ne vado, frate!.
E ripetutamente ammonito dai Signori a deporre la simulazione,
diceva: Ohim, che son morto!. E avendo udito il suono delle
trombette delle triremi attraccate al molo presso il Castel Nuovo,
diceva: Sonate, sonate! Son ammazzato, frate!.
E ammonito a voler smettere la simulazione, vedendo aperta la
porta della camera, diceva: Aprimi! e, rivolto all'aguzzino,
diceva: Eh, frate! eh, frate!.
E venendogli detto di deporre la simulazione, non rispose
alcunch, ma per un certo spazio di tempo rimase taciturno a capo
chino; e poi, toccato dall'aguzzino, si volse verso di lui e
disse: Eh, frate! e continu per la durata di un'ora a rimanere
col capo e il busto chinati.
E venendogli detto di voler deporre di fatto la simulazione, non
rispondeva cosa alcuna.
E pi volte interrogato se voleva scendere, perch sarebbe stato
sciolto se aveva intenzione di giurare e di rispondere formalmente
alle domande che gli sarebbero state proposte, gi altre volte
formulate o da formulare, fece solo un cenno col capo, ma rifiut
di dare una risposta per il s o per il no.
E poich diceva: Mo mi piscio e voleva esser calato a tale
effetto, venne calato; e poi disse: Mo mi caco, e venne tradotto
alla latrina, per esser poi condotto al cospetto dei Signori.
E interrogato dai Signori circa il suo nome, rispose: Mi chiamo
fra Tommaso Campanella.
Interrogato circa la sua patria d'origine e la sua et, non diede
alcuna risposta alle domande.
Allora i Signori ordinarono che lo stesso fra Tommaso Campanella
venisse sottoposto al supplizio predetto, e come vi fu collocato e
sistemato nel modo predetto, ecco che diceva: Mo mi ammazzati,
ohim, ohim! e tacque.
Interrogato a smettere la simulazione, non rispose alcunch alle
domande, ma poich l'aguzzino gli diceva: Non dormire!, egli,
rivolto a lui, rispondeva: Sedi, sedi alla seggia, taci, taci.
E quando l'aguzzino gli parlava, rispondeva: Zitto, zitto, frate
mio!.
E avendolo invitato i Signori a rispondere alle domande, cio
quale fosse la sua patria d'origine e quale la sua et, rispose:
Aiutami, frate! e tacque.
E avendogli detto i Signori di smettere la pazzia e di rispondere
alle domande, non diede nessuna risposta alle interrogazioni, e
taceva.
Ed essendo stato ammonito pi volte a voler deporre la follia e a
rispondere alle domande, bench pi volte interrogato, non diede
alcuna risposta, e taceva.
E dopo essere rimasto sotto il suddetto tormento senza
interruzione ed essendo la ventiquattresima ora, uno dei Signori
lo invit a chiedere qualcosa ai Signori, ma egli, scuotendo il
capo, diceva: Ohim, ohim! e tacque.
E i signori gli dissero di smettere la pazzia e di rispondere alle
domande, e lui, fissando i Signori, gridava dicendo: Ohim!.
E come fu sonata la prima ora di notte, gli fu detto dai Signori
di smettere e di rispondere alle domande circa la sua et e la sua
patria d'origine, ed egli guardava i Signori, e grid: Non fati,
che ti sono frate! e tacque.
E venendogli detto dai Signori di voler finalmente smettere la
follia e di rispondere alle domande, disse: Dtimi da bere, e
cos gli fu dato da bere, e poi grid, dicendo: Aiutami, gioia
mia!.
E ammonito ripetutamente dai Signori a voler deporre la pazzia e
quindi a rispondere puntualmente alle domande, taceva, ma sembrava
in grado di capire e percepire con attenzione le parole che gli
erano dette e i richiami a lui formulati, e poi diceva: Cicco
vono l'ammazz.
E intanto batt la seconda ora di notte, e gli fu detto di smetter
la pazzia e di dire la sua et e patria, e non dava nessuna
risposta alle domande, ma diceva: Oh, Iddio, non mi ammazzati,
frate mio! e fissava quanti stavano attorno.
E interrogato perch manifestasse la propria patria, e se era
laico o religioso, disse alcune parole incongruenti, e poi diceva:
Sono de Stilo, e sono frate dell'ordine di San Domenico e da
messa; e disse queste cose dopo molte, anzi moltissime
ammonizioni, e diceva anche: Fici lo monastero di Santo Stefano
con tre monaci, e presi l'abito alla Motta Gioiosa, dove 
Lucrezia mia sorella e Giulio mio fratello, e tacque.
Poi diceva: Mia sorella si chiama Emilia, figlia di mio zio, e io
la maritai.
E poich chiede da bere, dicendo: Dtimi a bevere vino, gli fu
dato da bere del vino. E poi diceva: Ohim, tutto mi doglio!.
E interrogato pi volte, non rispondeva alle domande, ma diceva:
Zitto, frate mio!.
E venendogli detto di rispondere a quanto gli viene proposto,
smettendo la pazzia, diceva: Ohim, non mi ammazzati! tu mi se'
frate.
E venendogli detto di smettere la pazzia e di rispondere a quello
che gli si diceva, non dava alcuna risposta alle domande, ma
riguardava gli astanti volgendosi ora qua e ora l, dicendo: Son
morto! non mi ammazzati! chiamti ptrimo! e di tanto in tanto
diceva: Zitto, frate mio! e altre cose senza senso.
Ed essendo stato richiamato lungo l'intero corso della notte col
dirgli: Fra Tomasi Campanella, che dici? non parli?, non diceva
cosa alcuna, ma rimase sempre sveglio, guadando qua e l, essendo
state accese le candele.
E spuntato che fu il giorno, aperte le finestre e spenti i lumi,
dato che detto fra Tommaso Campanella se ne stava in silenzio, gli
fu detto di smettere la pazzia, e di parlare, e di chiedere
qualcosa; e lui rispondeva: Moro, moro!.
E venendogli detto di smettere la pazzia e di dire quando e da chi
venne catturato e per qual causa, rispondeva: Son morto, son
morto non posso pi, non posso pi per Dio! e tacque.
Interrogato a smettere la pazzia e a rispondere a quanto gli viene
detto, rivolto verso chi lo interrogava, diceva: Moro, moro!.
E poich sembrava sul punto di svenire, i Signori ordinarono di
calarlo dal supplizio predetto e di farlo sedere, e cos fu fatto,
e stando seduto diceva di voler orinare, e venne tradotto alla
latrina esistente vicino alla stanza della tortura: e poco dopo
suon l'undicesima ora.
E dato che chiedeva delle uova, i Signori ordinarono di dargliele,
e cos gli furon date tre uova da bere; e alla domanda se volesse
bere rispondeva di s, e cos al predetto fra Tommaso venne dato
da bere del vino; e avendo detto che si sentiva morire, i Signori
gli domandarono se voleva confessare i propri peccati, e rispose
di s e che venisse chiamato un confessore, che per non venne
chiamato perch si riebbe.
E avendo i Signori ordinato di tornare a sottoporlo al predetto
supplizio, rispose: Lasciatimi stare!.
E venendogli domandato perch avesse tante preoccupazioni per il
corpo e nessuna per l'anima, rispose: L'anima  immortale.
E volendo gli aguzzini ricollocarlo al supplizio, diceva:
Aspettti, frate mio, e venne cos risistemato nel modo
predetto, senza che dicesse una parola.
E dopo essere rimasto sotto il tormento in atteggiamento quieto e
silenzioso, disse poi all'aguzzino di spostare pi in alto la fune
che gli legava i piedi, perch se li sentiva in fiamme, e i
Signori ordinarono che si facesse quanto chiedeva, e cos continu
a starsene tranquillo.
Interrogato dai Signori se volesse dormire, rispose di s.
E venendogli detto di rispondere alle domande, perch avrebbe
avuto agio di dormire, non diede risposta.
E sotto al tormento gridava, dicendo ripetutamente: O mamma
mia!.
E dopo la quindicesima ora diurna, con l'occasione della chiamata
di fra Dionisio Ponzio per interrogarlo sul riconoscimento di un
certo memoriale da lui presentato, i Signori ordinarono al detto
fra Dionisio di rivolgersi a detto fra Tommaso posto sotto il
tormento e di convincerlo a voler rispondere formalmente alle
domande che gli venivano poste e gli sarebbero state poste in
futuro, allo scopo di evitare il supplizio, che per lui era del
tutto senza scopo, e che senza fallo il sant'Uffizio avrebbe
trovato il modo di avere le sue risposte con qualunque mezzo; il
quale fra Dionisio svolse quel compito con buona diligenza e modi
affettuosi, e discusse e dibatt con lui la questione proposta; e
a lui disse che intendeva rispondere alle domande che i Signori
gli avrebbero fatte; e allo stesso fra Tommaso fu concesso di
venir calato dal supplizio e di rifocillarsi con cibo e bevanda, e
per di pi gli fu permesso di recarsi alla latrina in compagnia
del predetto fra Dionisio; nel che si consum lo spazio di oltre
un'ora, e poi i Signori ordinarono che si sedesse su uno sgabello
vicino al tavolo e lo esortarono a volersi ravvedere, visto che
era ormai stremato dalle torture, e a rispondere in forma legale
alle domande gi fatte e da farsi.
E in modo particolare che narri in qual modo si trovi detenuto in
questo Castello. Rispose: Che voliti da me?.
E i Signori, rendendosi conto del fatto che detto fra Tommaso
forniva solo parole, ordinarono di ricollocarlo sotto il tormento;
e lui, cos sistemato, mostr all'evidenza di non sentire alcun
dolore, e non diceva verbo.
E visto che detto fra Tommaso Campanella se ne stava sempre in
totale silenzio, non faceva il minimo movimento e sembrava che non
sentisse alcun dolore, e dato che altro non si poteva cavare da
lui, che di tanto in tanto ripeteva: Moro, Moro!, i Signori
ordinarono di farlo scendere con delicatezza dal supplizio
predetto, di ridurgli le lussazioni, di rivestirlo e di
ricollocarlo nella sua cella, dopo che era rimasto sotto al
predetto tormento per circa trentasei ore, e cos fu fatto, non
senza per la formale protesta eccetera

Giovan Cammillo Prezioso, notaio e mastrodatti delle cause della
Santa Fede nella Curia arcivescovile di Napoli.

Deposizione di un aguzzino.

Il 20 del mese di luglio 1601, in Napoli, al cospetto
dell'illustrissimo e reverendissimo signore don Benedetto Mandina,
vescovo di Caserta, giudice delegato alla presente causa, e di me
notaio eccetera  stato interrogato Giacomo Ferraro della citt di
Trani, in et di anni, a suo dire, quaranta all'incirca, addetto
alla Gran Corte della Vicaria, il quale, dopo essere stato
invitato a giurare di dire la verit e dopo che ebbe giurato con
la mano eccetera, in qualit di citato a deporre venne interrogato
sui punti seguenti,. e in primo luogo:
Interrogato su che parole si lasci dire fra Tommaso Campanella
dopo che fu sceso dal tormento della veglia, che li fu dato allo
Castello Novo di questa citt li giorni passati, e proprio del
mese di giugno prossimo passato, che le voglia dire, dove le disse
e chi fu presente che l'intese e posso intendere.
Rispose: La verit  che, essendo io intervenuto come ministro de
la Gran Corte de la Vicaria a dare tormento de la veglia a fra
Tomaso Campanella predetto, dove io intervenni continuamente,
avendomelo posto in collo per consegnarlo allo carceriero delle
carceri di detto Castello Novo, e cacciatolo cos in collo da la
camera dove ebbe lo tormento fino a la sala Reale, detto fra
Tomaso Campanella mi disse da s le formate o simili parole: - Che
si pensavano che io era coglione, che voleva parlare? - e a queste
parole non ci fu nessuna persona presente, che l'avesse intese. E
dopo consegnai lo detto fra Tomaso Campanella al carceriere e non
intesi altro. Come sopra ha risposto su quanto sa, sul luogo e la
data.
E non essendosi potuto da lui ricavare altro, l'interrogatorio
venne chiuso, dopo avergli intimato l'obbligo del segreto, sotto
pena di scomunica; e avendo dichiarato di non saper scrivere,
firm per conseguenza con un segno di croce.

G. Olmi, Il santo rogo e le sue vittime, Millelire Stampa
Alternativa, Viterbo, 1993, pagine 51-59. Il documento qui
riportato  tratto da una raccolta pubblicata da Luigi Amabile in
un'opera in tre volumi: Fra Tommaso Campanella, la sua congiura, i
suoi processi e la sua pazzia, Morano, Napoli, 1882. Lo storico
Luigi Firpo li ha ripresi nella sua edizione de Il supplizio di
Tommaso Campanella, Salerno Editrice, Roma, 1985.
